12 MESI DI SILENZIO

[tempo di lettura: 3 minuti]

A novembre del 2017, una domenica sera più noiosa del solito, iniziai a scrivere sulla mia nuova agenda Moleskine i miei buoni propositi per l’anno nuovo. Ne uscì fuori più che altro una lista di cose da fare più o meno fattibili che in cuor mio sapevo avrei fatto fatica a rispettare. Il punto numero 7, l’ultimo, recitava: “tenere un blog settimanale, su WordPress”. Eccomi qui, dopo 12 mesi di silenzio.

La volontà di rispettare questo punto della lista è stata latitante tutti i giorni del 2018, fino ad oggi. La mia mente si è svegliata con un solo pensiero in testa questa mattina: tornare a scrivere battendo furiosamente le lettere sulla tastiera col solo fine di sprecare tempo mio e di qualche sconosciuto che naviga sul web. Una voglia, non pianificata, che mi lascia (quasi) senza parole.

Il blog, termine che ormai conosciamo benissimo, nacque come una forma di web 2.0 sul finire degli anni ’90 riscuotendo un successo ancora oggi tangibile. Fin dagli albori, il blog venne usato come strumento polivalente per raccontare notizie, cronaca, passioni, gossip, vita privata, dando il là all’avvento della generation blog. Io mi sento ancora parte della generazione blog, nonostante aprii il mio primo spazio solamente nel 2006, l’anno in cui la connessione ad internet arrivò nella mia cameretta. Mi sento ancora parte di un’epoca che data la rapidità del web sembra appartenere a secoli e secoli fa anche perché in questo momento di difficoltà mi trovo ad usufruire del mio amico più caro per affrontare la mia vita.

Vorrei dire che lo capii sin da subito che internet, i computer e tutto ciò che è annesso erano la mia strada, ma non fu proprio così. Fare il blogger per me non era un lavoro, era una passione e uno sfogo. Uno sport, vista la fatica fatta negli anni per aprire, personalizzare, curare, chiudere e riaprire spazi online. Il blog, sotto nickname e forme diverse, è stato un vero amico, anche se non ho mai tenuto un diario online pubblico.

Perché lo voglio fare ora a 24 anni suonati? Una motivazione razionale non c’è, se non quella di essere una persona anacronistica e paradossale, un ragazzo che si definisce timido ma è logorroico e che sente, in questa piovosa sera di novembre, di dover raccontare un po’ di sé per non impazzire.

Tornando alla mia improvvisa volontà di riprendere a scrivere su un blog, la spinta di impegnare ore di questa spenta sera a battere sulla tastiera nasce dal profondo della mia testa disorganizzata che cerca disperatamente un equilibrio. L’equilibrio la mia mente lo perse sempre più a partire da qualche settimana prima di quel novembre 2017 in cui scrissi i buoni propositi per l’anno seguente, fino a cadere nell’oblio.

Per la seconda volta in 24 anni, la mia figura si è ritrovata a combattere disarmata con una forza invisibile ma scaltra, silenziosa ma logorante, subdola ma al tempo stesso sfacciata. Questa “forza”, come la chiamo io a partire da questa domenica color nero pece, mi ha trascinato lentamente in un buco nero, l’oblio di qualche riga fa. Negli ultimi 365 giorni ai miei occhi le uniche cose che hanno avuto peso e valore sono state quelle negative.

Questa “forza” ha il mio volto e la mia voce; ha una conoscenza approfondita di me, dei miei pregi e dei miei punti deboli; ha la grande astuzia di sapersi presentare nel momento più opportuno per lei. Questa “forza” sono io, alla fine. Io sono l’unico motivo per cui, tra le mille altre cose, non sono mai rientrato su questo blog per leggere, commentare, visualizzare, abbozzare un contenuto. Io sono l’anti-me che mi ha portato a questi 12 mesi di silenzio.

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