NAUFRAGAR IN QUESTO MARE

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Fino ad ora ho solo girato intorno a una situazione riassumibile con una sola frase: gettarsi in mezzo ad un mare apparentemente calmo. Un vero e proprio naufragio irreversibile, per uno come me che non sa nuotare. Certo, posso sempre imparare, ma ormai non sembra anche a voi tardi?

In questo lungo, interminabile naufragio mi sono ritrovato a dover spiegare la mia situazione e solo ora mi rendo conto che potevo benissimo raccontare di me e del mio stato così, senza mai dover nominare quella brutta parola che non mi va di scrivere ora. La verità, poi, è che quella parola io non l’ho mai nominata in ogni caso, se non in rare occasioni, parlando con persone speciali. Perché? Semplice, delle persone non mi fido, più. Succede quando sei solo a naufragare, mentre gli altri giocano con i racchettoni vicino la riva, la spiaggia sicura.

Quando sei solo è difficile chiedere aiuto a qualcuno, soprattutto se lo conosci bene (o almeno così credi). Così parti con i tuoi giri di parole assurdi e contorti, conditi da frasi lasciate a metà che fanno perdere subito quel briciolo di interesse nella persona che ti sta ascoltando e rimani lì, fermo e senza fiato. Pronto ad affogare.

Non c’è metafora migliore dell’acqua, dell’annegamento. Pensateci bene: vi riempie i polmoni piano piano, vi toglie prima la voce, poi vi annebbia il pensiero fino a cancellarlo, infine vi toglie il respiro. L’acqua è bastarda, l’acqua ti dà la vita ma te la toglie anche in una maniera orribile, in silenzio. Forse è per questo motivo che Daniele Celona nel suo brano di qualche anno fa urlava il suo dolore per un mondo che non compre il dolore. Forse Daniele non capirebbe manco il mio, giustamente. Infondo, il mio non è solo uno stato mentale?

Però, come tutte le cose belle e pericolo, l’acqua mi affascina. Sono stato poche volte al mare, soprattutto negli ultimi anni. Si contano sulle dita le volte che ho passato del tempo a fissare le onde cercare di mangiare un pezzo di terra e farci sprofondare negli abissi, le dita di una sola mano. Eppure ne sono rimasto sempre affascinato, sopratutto d’inverno. Amo rimanere pietrificato in una spiaggia deserta a guardare del’acqua fredda e in agitazione andare e venire. Mi sento un po’ parte di quel ecosistema, mi riesco a paragonare ad un mare in inverno (senza citazioni musicali).

Questo è anche il mio modo per farmi un complimento in un giorno che assume senso solo quando il sole cala. Mi reputo una cosa bella e pericolosa, a mio modo. Un po’ una duplice personalità, come lo si dice di tutti i segni doppi, giusto? Perché la verità è che io non credo ad astrologia e roba affine, leggo Brezsny solo per cogliere le citazioni e mi faccio calcolare l’ascendente solo per rendere contento chi ha appeso in camera il poster di Paolo Fox. Ma sono un segno doppio e d’acqua, un pesce che non sa nuotare. Solo affogare, e lo so fare dannatamente bene.

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